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Newsletter del 27 maggio

Newsletter del 27 maggio

Gentili soci, ci siamo con un “nuovo inizio”, ma la contingenza del periodo non ci consente di essere ottimisti. Almeno non nell’immediato. Il diluvio che ci ha investiti sta lasciando postumi difficilmente oppugnabili. Abbiamo ascoltato proclami da ogni dove, specialmente dalle autorità centrali. Avremmo dovuto approfittare delle ampie disponibilità promesse soprattutto sul fronte dei finanziamenti. Niente, però, di quanto garantito a parole, ha trovato riscontro nei fatti, ed ha alleviato i dubbi e le paure. Gli istituti finanziari, compreso il Credito Sportivo, hanno continuato a fare, come di diritto, le banche. Garantendo sì le istruttorie, ma valutando obiettivi di crescita e redditività sostenibili, azienda per azienda. Chi si fosse illuso che il cappello di garanzia del MCC fosse bastato perché le banche finanziassero a pioggia gli imprenditori sportivi, si è rapidamente disilluso. Abbiamo seguito la genesi dei vari DPCM, le giaculatorie di chi chiedeva e le affermazioni di chi prometteva e sosteneva, fino al tanto atteso Decreto Rilancio. Sindacalmente c’eravamo posti due obiettivi, oltre a quello primario della riapertura dei nostri impianti. Il primo riguarda il differimento dei costi relativi alle utenze, per i mesi di chiusura forzata e per almeno un anno, il tempo necessario per poter sostenere l’impatto con le procedure di distanziamento, con la perdita di potere di acquisto degli utenti e con la diffusa, sottile, carica di paura generata a iosa dai mass media. Il secondo obiettivo verte sul problema dei canoni di locazione (pubblici e privati) delle strutture non di proprietà. E l’ultimo decreto, il decreto rilancio, quello dei famosi 54,9 mld di euro, pareva voler fornire chiavi interpretative ottimistiche. Pareva. Certo, l’abolizione della rata di giugno dell’IRAP (il saldo del 2019 e il primo acconto del 2020) per tutte le imprese che hanno fatturato non più di 250 milioni di euro nel 2019 ci è apparsa come un buon auspicio. Inoltre, il nuovo decreto, ha previsto (non normato…) una riduzione delle bollette elettriche per le imprese, in riferimento ai mesi di maggio, giugno e luglio 2020 (di quanto sia questa riduzione e quando le stesse debbano essere pagate non è per ora ancora stato reso noto).

Questo potrebbe andar bene, di là dai dubbi e dei Decreti attuativi di là da venire, ma solo a voler essere tendenzialmente ottimisti. Noi non ci accontenteremo delle promesse, vogliamo dati certi, promesse vincolanti. Eppure è l’articolo 216 (comma 2 e comma 3) ad aver attirato la nostra attenzione sul piano sindacale a difesa della categoria. Pare che offra l’opportunità di revisione delle condizioni contrattuali, di cui ai rapporti di concessione di impianti sportivi, a tutti i concessionari. Purtroppo, come recita il citato art. 216, comma secondo n.34, riservata solo a coloro che vedranno concludersi il rapporto alla data del 31 luglio 2023. Certamente una beffa per chi ha scadenze che vanno ben oltre tale limite temporale. Anche il credito d’imposta concesso ai conduttori di impianti siti in immobili di proprietà privata, pare qualcosa di estremamente farraginoso e di difficile attuazione. Visto che saranno gli affittuari a doverlo richiedere (ma, nello sport, questo credito di imposta, specialmente per le ASD, che valore può avere?) e poi a doverlo girare al proprietario o alla propria banca, attraverso procedure complicate dalle lungaggini burocratiche. Dicevamo del rapporto di concessione tra amministrazione comunale proprietaria e gestore vincitore di bando. Complesso in tempi normali, devastante (per il gestore) come si profila all’orizzonte. Il confronto tra le Amministrazioni comunali e i gestori vincitori di bando pubblico, tante volte si risolve, purtroppo, in un dialogo tra sordi. In questo catastrofico periodo, in cui calano gli avvoltoi a garantire ai Comuni continuità di conduzione nel caso di rescissione del bando (a quale titolo, con quali garanzie?) i tecnici comunali e i rappresentanti politici fanno orecchie da mercante alle sacrosante richieste degli imprenditori sportivi.

Il danno economico, proporzionalmente sempre più rilevante, dai piccoli e sempre più grave via via che interessa i grandi, non viene riconosciuto. Eppure, nemmeno un cataclisma avrebbe fatto più danni di questo ricorso al “tutti a casa” che ha caratterizzato i primi mesi dell’anno. I Sindaci e le loro giunte, forse allettati o semplicemente rassicurati da inopportune promesse, negano che uno tsunami abbia potuto travolgere il gestore privato. Soltanto i più sensibili, diremmo quelli più tecnicamente preparati, i più avveduti, quelli che hanno a cuore la comunità che sono tenuti ad amministrare, hanno avvertito la criticità del momento. Gli altri pubblici rappresentanti hanno addirittura minacciato la rescissione del contratto se non fossero stati pagati, ed interamente, i canoni relativi ai mesi di chiusura. In queste condizioni, chi ha aperto vedrà crollare il reddito, cosa assai dolorosa, per i propri dipendenti e collaboratori, almeno nei mesi che ci separano dall’apertura autunnale (abbiamo scritto reddito, perché “profitto dell’impresa” ci sarebbe sembrato termine troppo pretenzioso attualmente); gli altri, pronti ad aprire, si preparano ad affrontare magre stagioni. Abbiamo una durissima battaglia sindacale da affrontare, ma è ovvio che in questo momento non possiamo far altro che supportare i nostri soci, con la nostra presenza di sindacato registrato e dunque con personalità giuridica, nei tavoli di confronto. A Roma tratteremo per il prosieguo di un’attività che ha l’obbligo di sfuggire al Far West nel quale una legislazione poco avveduta ci ha precipitato, nonostante la professionalità dei singoli. Nei prossimi giorni scriveremo dei comuni virtuosi e di quelli meno attenti al bene pubblico. Invitiamo i nostri soci a segnalarci le vicissitudini di impresa in questo frangente storico, in modo da prepararci alla lotta sindacale che ci attende.

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